Intervista a Francesco Ruperto, neo Presidente della Fondazione Almagià, istituita dall'Acer nel 1947 con lo scopo di attuare e promuovere iniziative culturali didattiche e pratiche per innovazione, istruzione e ricerca scientifica nel settore edilizio
Architetto e imprenditore edile: un binomio che funziona?
Binomio che ha funzionato e funziona su di un mercato di qualità che sta scomparendo. La crisi del mercato dell’edilizia che stiamo vivendo è prima di tutto crisi di committenze illuminate e lungimiranti; sul mercato dei lavori pubblici le scarse risorse non consentono alle Amministrazioni di guardare oltre il minuto mantenimento; il settore privato risente della mancanza di investitori disposti a scommettere sul nostro territorio, che sta diventando sempre più una esposizione a cielo aperto di opere incompiute.
Pensi alla nuvola dell’EUR, all’impianto natatorio di Tor Vergata?
Sì ma non solo. A guardare con occhi attenti le nostre città si ha la netta sensazione di una precarietà diffusa, di una assenza di programmazione che si trasforma in incapacità di rispondere in modo adeguato alle nuove sollecitazioni sociali. Ecco, ora come mai credo che la città sia lo specchio del momento economico che sta vivendo il Paese.
Di chi le responsabilità secondo te?
Più che cercare le responsabilità dovremmo tutti ricominciare a fare la nostra parte. Sicuramente la Pubblica Amministrazione deve supportare uno sviluppo sostenibile, in termini economici ed ambientali, delle imprese, ma anche noi operatori del settore dobbiamo recuperare ciò che abbiamo perso in termini di credibilità riportando la qualità al centro del nostro operare.
Da quest’anno Presidente della Fondazione Almagià. Ci sono stati impegni di rilievo che vogliamo presentare a chi ci legge.
È una carica che mi riempie di orgoglio e che eredito da Giancarlo Goretti, con cui nel precedente triennio ho condiviso idee e progetti nel rilanciare l’azione di una Fondazione che esiste dal lontano 1947 e che, a mio avviso, ha un potenziale enorme. Non vorrei sbagliare, ma non mi risulta che esistano altri tavoli che riuniscano insieme le Facoltà di Architettura e di Ingegneria, un Ordine importante come quello degli Architetti di Roma e i costruttori.
Già nel precedente triennio abbiamo iniziato progetti importanti, come la collaborazione nella ideazione e sviluppo del Corso di Laurea triennale in Gestione del Processo Edilizio della Facoltà di Architettura di Roma “La Sapienza”, che ha avuto incoraggianti risultati secondo l’unico criterio con cui andrebbe valutato un percorso formativo e cioè il numero di laureati collocati nel mondo del lavoro.
La Fondazione continuerà a supportare l’ACER per tutto ciò che concerne la formazione e l’innovazione del comparto edile. Rafforzeremo i rapporti con le istituzioni universitarie, rinsalderemo le occasioni di collaborazione con gli Ordini professionali, perseguiremo obiettivi di rilievo nell’innovazione dei prodotti e dei processi dell’industria delle Costruzioni. Energy Technology, BIM, Facility Management, Beni Culturali saranno tra i temi chiave su cui il nuovo Consiglio lavorerà nel prossimo triennio.
Se Roma non bastasse più, dove altro potresti vivere?
La Gran Bretagna ha sempre avuto un fascino particolare: pragmaticità e concretezza coniugate con creatività e capacità di innovare!
Oggi che consiglio daresti a un giovane laureato che deve ancora affacciarsi nel mondo del lavoro?
Dapprima lo inviterei a confrontare le offerte formative proposte con le richieste reali del mondo del lavoro. Una volta formato, si dovrà muovere con: educazione, caparbietà e capacità di carpire dai colleghi più anziani tutto quel bagaglio di esperienza che nessuna università potrà mai insegnare.
Da padre cosa auguri ai tuoi figli?
Mi piacerebbe che si trovassero a vivere in un mondo migliore di quello in cui viviamo. Ecco alla base delle mie scelte personali e professionali c’è sempre questa aspirazione di voler lasciare un, pur piccolo, segno positivo per le generazioni future
di Charis Goretti
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