Perché hai deciso di far parte del Gruppo Giovani dell’Ance?
Il mio modo di vedere l’Associazione è cambiato nel corso del tempo.
Il primo impatto l’ho avuto circa dieci anni fa, quando, appena laureata in Lettere, stavo per iniziare un percorso totalmente diverso per diventare ingegnere.
L’Ance per me era, perlopiù, un’occasione di confronto e crescita, in un ambiente di persone più grandi e più esperte di me, da cui avevo molto da imparare. Col tempo, si è aggiunta la consapevolezza che fare gruppo è fondamentale, direi vitale: solo così può instaurarsi un rapporto forte e proficuo tra il nostro mondo imprenditoriale, le istituzioni e la società, e far seguire, al momento di confronto, tutte quelle proposte concrete atte alla risoluzione delle nostre criticità, sia a livello locale che nazionale.
Come vedi la nostra professione nel futuro: quali saranno le direttrici su cui dovranno svilupparsi le imprese di costruzione?
A mio avviso deve, innanzitutto, cambiare la mentalità di chi fa impresa, ovvero il modo di essere del progettista-costruttore, che si dovrà orientare, con maggiore convinzione rispetto al passato, verso la bioedilizia e la sostenibilità ambientale e sociale, che si basano per esempio anche sull’utilizzo di materiali ecocompatibili, possibilmente di produzione locale, sull’adozione di nuove tecnologie costruttive, e di fonti energetiche rinnovabili. Ciò non potrà che migliorare l’immagine della nostra impresa agli occhi del mercato, che ne riconoscerebbe una qualità superiore, con ricadute positive anche in termini commerciali, anche perché la sensibilità e la preparazione culturale saranno sempre maggiori tra i clienti.
Lo sviluppo sostenibile e la tutela dell’ambiente, inoltre, potranno essere leve importanti per rimettere in moto investimenti e occupazione: la tutela dell’ambiente infatti non rappresenta un vincolo, ma un’opportunità. Si innesterebbe, così, un circolo virtuoso che trascenderebbe i confini dell’impresa stessa, con una forte valenza etico-sociale oltre che economica.
Come stai affrontando il passaggio generazionale nella tua azienda?
La nostra Impresa è stata fondata da mio nonno; io appartengo quindi alla terza generazione.
Far parte di una “impresa di famiglia” è una grande fortuna, quando si ha una famiglia molto unita come la mia, perché gli obiettivi sono condivisi e rinsaldano ancor di più il nostro legame. Ma spesso è anche un limite, perché i ruoli sono abbastanza cristallizzati, e non è sempre facile condividere delle visioni globali di rottura col passato. Con mio padre spesso non riusciamo a trovare una sintesi; tuttavia non posso che far tesoro dell’esperienza e degli insegnamenti che mi trasmette (anche lui come me, d’altronde, ha dovuto vivere, a suo tempo, un delicato passaggio generazionale), cercando di introdurre elementi di razionalità decisionale e gestionale, che possano aiutare a distinguere la realtà aziendale da quella familiare, pur nel rispetto dei valori fondanti.
Fare impresa oggi, in qualunque settore, richiede forse più coraggio che nel passato. Quali sono le nuove capacità richieste a un giovane imprenditore per avere successo?
La capacità di trasformarsi; di non rimanere fissi nei propri modi di vedersi, di mettere in discussione il proprio modo di fare impresa, cercando di non rimanere aggrappati al proprio bagaglio di conoscenze, anche se acquisito con grande sacrificio e passione.
E’ fondamentale secondo me, oggi, sapersi reinventare, per ritagliarsi il proprio spazio, sempre e comunque, nel nome di qualcosa che spesso ci dimentichiamo un po’ tutti: l’umiltà.
Il mestiere del costruttore è antico, come è antico e profondo l’orgoglio di chi con la sua opera testimonia lo spirito di un’epoca. Che cosa significa per te, oggi, essere un giovane costruttore?
Per me è una grande responsabilità. In passato si è troppo abusato del concetto di “costruire”, e le conseguenze di ciò purtroppo sono evidenti a tutti. Credo che i giovani costruttori, quindi, debbano innanzitutto fare tesoro degli errori commessi nel passato. Sta a noi, adesso, prendere coscienza che la nostra professione ha delle ripercussioni importanti sulla società e che, quindi, la nostra figura stessa è un punto di riferimento per la costruzione di un’identità urbana in molti casi perduta. Dev’essere prioritaria, come ho già detto, la salvaguardia del nostro territorio, tanto martoriato quanto meraviglioso, e soprattutto la consapevolezza che l’estetica in architettura è fondamentale: non dimentichiamoci che vivere in una città più bella rende la nostra vita migliore.
In questo scenario di grandi cambiamenti, economici, sociali e di mercato, in quale direzione dovrà evolversi l’Associazione di categoria per essere sempre più al servizio dell’impresa?
Credo che l’efficace attività di consulenza svolta, in particolare a livello centrale, debba essere più incisivamente trasferita a livello locale, dove, al di là di numerose pregevoli eccezioni, le imprese spesso avvertono un senso di solitudine di fronte alle sempre maggiori difficoltà da affrontare. Ciò, in particolare, può avvenire organizzando non solo convegni, ma anche e soprattutto seminari per trasferire conoscenze, che altrimenti, per le molteplici incombenze da affrontare nella vita lavorativa di ogni giorno, non si riuscirebbero ad acquisire. L’attività edilizia si deve coniugare e interconnettere con l’esigenza di una migliore qualità della vita dei cittadini, e quindi con tutte le attività economiche che alla stessa sono riferite; e in questo senso l’Ance potrebbe e dovrebbe essere un grande supporto di competenze e “visioni” per la base associativa.